Room: il mondo oltre la stanza

 

ROOM_DAY22-0113

 

Ogni giorno il piccolo Jack si sveglia, apre l’armadio in cui dorme e saluta i suoi amici: “buongiorno tappeto”, “buongiorno lampada”, “buongiorno televisore” e così via. I pochi accessori di arredamento della stanza sono tutto il suo mondo. Un mondo che condivide con l’unica persona con cui abbia mai avuto un contatto umano, l’unica persona che considera reale: sua madre Joy. Tutti gli individui che vede in TV sono per lui piatti, finti, dei manichini che si muovono, parlano, agiscono per magia. Anche gli animali sono in vita solo sullo schermo televisivo, mentre gli alberi, il mare e le montagne sono troppo grandi per essere veri. La verità, la realtà esiste solo nei pochi metri della stanza.

La stanza di cui sto scrivendo è quella che dà il titolo alla pellicola di Lenny Abrahamson “Room”, candidata agli Oscar 2015 per miglior film (poi sconfitta dal più conosciuto “Revenant”). Jack, il protagonista, è figlio di uno stupro, di una violenza. Sua madre aveva diciassette anni quando un uomo le si è avvicinato chiedendolo aiuto per il suo cane malato, l’ha ingannata, l’ha rapita, l’ha rinchiusa in un capanno, la cui unica finestra sul mondo esterno è un buco nel soffitto da cui si scorge il cielo. Ma quel solo punto di vista non le basta, non le è sufficiente. Joy vuole tornare a casa, dai suoi genitori, dalla sua amaca in giardino, da ciò che sa essere reale, dal mondo oltre la stanza. Vuole riabbracciare quella libertà di cui lui l’ha privata. E ci riesce. Dopo sette anni di prigionia, un piano di fuga dettato dalla disperazione e tanto coraggio dimostrato da Jack, la donna dice finalmente addio a quelle mura.

Nel fare il suo ingresso nel mondo, Jack è terrorizzato. Ha la testa sempre bassa, non guarda ciò che gli gira intorno, è restio a parlare con chiunque gli si avvicini. Per proteggersi da quello che non conosce, si aggrappa alla madre, che rappresenta per lui l’unica sicurezza. Joy però ha dei traumi da affrontare, dei demoni da combattere e non trovando in sé la forza per farlo, finisce in ospedale. Il bambino, ritrovatosi solo nel mirino delle novità, abbatte le sue paure e comincia a prendere confidenza con quel mondo così grande. Apre gli occhi e si ritrova affascinato da quello che vedono: dai pancakes alle scale, dalle nuvole alle auto. La sua curiosità, la sua voglia di vivere e di scoprire diventano la forza di cui la madre ha bisogno per rialzarsi.
In una delle ultime scene, infatti, Jack si rivolge allo spettatore e gli dice: “La mamma e io abbiamo deciso, visto che non sappiamo come sono le cose, che proveremo tutto. C’è così tanto là fuori e a volte fa paura, ma va bene”.

E noi? Noi proviamo tutto? Sfruttiamo a pieno la nostra libertà per godere delle gioie che la vita ha da offrirci? Siamo curiosi di scoprire quelle cose che del mondo non conosciamo? Ci meravigliamo ancora di fronte ad un tramonto o ad un cielo stellato (e non intendo giusto il secondo necessario per scattare una foto da pubblicare sui vari social networks) ?
O al contrario noi, quelli della look-down generation, con lo sguardo sempre basso sullo smartphone, siamo un po’ come Jack appena evaso dalla stanza?

Alziamo la testa, sbarriamo gli occhi, guardiamoci intorno, emozioniamoci, prima che il tempo (con indosso le vesti del rapitore del film) ci rubi la nostra occasione.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...