L’ultimo volo della farfalla

Alla fine non ce l’ha fatta. Alla fine è stato sconfitto. Alla fine il Parkinson lo ha messo al tappeto, ma solo ai punti e non per k.o.

Di certo non lo ha sconfitto come invece lui, Cassius Clay, distruggeva i suoi avversari. Era un supremazia imbarazzante, sotto tutti i punti di vista: tecnica, fisica e morale. Ad alcuni poteva apparire addirittura irritante, ma altri, moltissimi altri, lo ricordano come il più grande di tutti.

E dire che si avvicinò alla boxe quasi per caso. Fu un poliziotto irlandese, vedendolo, 12enne, inveire contro chi gli aveva rubato la bicicletta a consigliargli di iniziare col pugilato e lo condusse alla palestra Columbia a Louisville. Dimostrò subito di essere un predestinato e andò a vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del ’60. Medaglia, poi, scaraventata in un fiume dopo essere stato vittima di un episodio di razzismo.

Il razzismo, un altro suo grande nemico. Per tutta la vita ha lottato per difendere gli ideali dei suoi “fratelli neri”. Rifiutò di andare a combattere la guerra del Vietnam, affermando che i vietnamiti non lo avevano mai chiamato ‘negro’ e che i suoi veri nemici erano in casa sua, negli Stati Uniti. Anche per questo dopo la conquista del primo titolo mondiale dei pesi massimi, vinto a soli 22 anni contro Sonny Liston, si convertì alla fede islamica e cambiò il suo nome in Muhammad Ali. Perse la licenza da parte della federazione pugilistica statunitense, proprio a causa del rifiuto di andare in Vietnam, e non poté lottare fino al 1971. Da allora, le “guerre” le combatté sul ring.

La battaglia per eccellenza fu quella di Kinshasa, nello Zaire. La chiamarono The Rumble in the Jungle, e Ali si riprese, con una strategia da applausi, il titolo che gli era stato tolto, sconfiggendo George Foreman. “Ali boma ye” gli urlava il pubblico, ovvero “Ali, uccidilo”, a dimostrazione del grande sostegno verso l’ex Cassius Clay.

Thrilla in Manila. Un altro scontro leggendario, stavolta contro Nelson Frazier, uno degli unici due pugili che fino ad allora avesse sconfitto Ali. Teatro dell’incontro fu Manila, nelle Filippine, e alla fine fu Ali a spuntarla e a difendere con successo il suo titolo, al termine di un incontro drammatico, da molti definito il più brutale di sempre.

E a proposito di brutalità, va ricordato anche il match contro Earnie Shavers del 1977. Un match spettacolare e violentissimo che vide nuovamente Ali vincitore. Ma per molti fu proprio la violenza di quello scontro la causa principale della sindrome di Parkinson che lo colpì anni dopo.

Proprio quella sindrome di Parkinson che stanotte se lo è portato via. Ma non prima di avergli permesso di continuare la sua lotta per i suoi ideali e di ricevere onorificenze su onorificenze.

“Vola come una farfalla, pungi come un’ape”, questa una delle tanti frasi celebri del nostro eroe.

E questa notte la farfalla ha smesso di volare, ma è entrata definitivamente, semmai ce ne fosse ulteriore bisogno, nella leggenda.

 

“Ali boma ye”.

 

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